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L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 13-19 dicembre

Le vacanze di Natale si avvicinano per tutti e di conseguenza anche i concerti diminuiscono. Questa sera per esempio c’è soltanto il pornesco Ludovico Einaudi all’Arena del Sole, per i più facoltosi; tutti gli altri si attaccano al cazzo. Domani chi non sarà a Roma a farsi massacrare di legnate dagli sbirri potrà scegliere tra una rosa di alternative: i Nomadi all’Europauditorium (non ho neanche controllato prezzi e orari perché il rischio di trovarci un esercito di baciapile lobotomizzati agghiaccianti è più alto che a un intero tour dei Gen Rosso, quindi personalmente preferisco evitare), sbronzarsi da qualche parte a caso fino al coma etilico, emigrare o togliersi la vita direttamente in maniera rocambolesca.
Mercoledì serata indimenticabile per le teste metal ricche: all’Estragon dalle 19.30 uno dopo l’altro Suicidal Angels, Death Angel, Exodus e Kreator in trip revivalistico spinto dei magici anni ottanta thrash metal a base di cascate di riff taglienti e pulitissimi, cambi di tempo a strafottere, latrati da bastardino con la raucedine, scarpe da ginnastica bianche, jeans strizzapalle e giubbetti con tante tante tante toppe di gruppi impresentabili. All’entrata vi verrà chiesto di recitare a memoria un testo a caso dal primo dei D.R.I., e se non lo sapete cazzi vostri. Alla faccia della crisi, il biglietto costa trentotto euro. C’è anche un’installazione muy muy intellettuale al Raum, nel caso non ve ne fregasse nulla di ascelle puzzolenti, rutti, bestemmie e gnomi tedeschi vecchi e incazzati.
Giovedì allo Scalo San Donato ci sarà la cena elettorale di Willie Sindaco (tutte le informazioni cliccando sul link); mentre per i più ardimentosi e in generale i veri rockers che settimana scorsa non hanno ritenuto opportuno cacciare la lira per vederli in mezzo a una pletora di fiacchi che ossequiavano Joe Strummer, Lilith and the Sinnersaints a Piacenza (tutte le informazioni nel link). Venerdì 17 (grattata di coglioni di prammatica) l’overdose: Lydia Lunch al Velvet, Ufomammut + Morkobot + OvO al Bronson, OTR semi-reunion (manca più di metà della crew originaria) al Sottotetto, e per gli sbarazzini della notte Dave Clarke al Kindergarten, Ralf al Cassero (ingresso otto euro!) e i PastaBoys al Suono, oltre all’obbligatorio Decadence pre-natalizio. Comunque vada cercate di conservare energie per la Festa Pagana di sabato 18 all’XM24, perché sarà lì il carnevale vero. Tanto più che domenica doveva esserci Lydia Lunch al Nuovo Lazzaretto (potevano metterla in uno sgabuzzino già che c’erano) ma il concerto è stato saggiamente dirottato a Treviso, e di andare a morire di caldo nella sauna del Locomotiv per i Mahjongg non ne abbiamo voglia un cazzo.

STREAMO: Danzig – Deth Red Sabaoth

 
A ripensarci oggi sembra assurdo, ma c’è stato effettivamente un tempo in cui della carriera di Glenn Danzig importava qualcosa a qualcuno: quattro dischi-capolavoro uno dietro l’altro, un contratto di ferro e i videoclip in heavy rotation su MTV, copertine su tutte le riviste che contano, collaborazioni con Roy Orbison e Johnny Cash, due VHS finite dritte in classifica (come del resto tutti gli album e l’EP Thrall-Demonsweatlive) e, una volta terminato il sodalizio con Rick Rubin, una lotta a coltello tra le major per aggiudicarsi lo gnomo satanico a suon di dollaroni (la spunterà la Hollywood Records del gruppo Disney). Sono gli anni novanta e Glenn Danzig è il re del mondo. Poi, all’improvviso, l’incantesimo si spezza; chissà perchè, il bizzoso Glenn licenzia in tronco l’intera backing band storica e decide di occuparsi di tutti gli strumenti (a parte la sporadica collaborazione di Jerry Cantrell), stravolgendo completamente il suo stile nell’ignobile Danzig 5: blackacidevil. È il 1996 e, sull’onda lunga del capitale The Downward Spiral, l’industrial metal è tra le correnti musicali che vanno per la maggiore; Danzig l’abbraccia con entusiasmo totalizzante e convinzione incrollabile, ma il disco è talmente brutto, scombinato e drammaticamente privo di costrutto che ancora oggi non ci si crede. Fasciato da un inguardabile artwork ad opera di Joseph Cultice (fotografo ufficiale di Gary Numan tra le altre cose) quasi a preannunciare lo sfacelo, rigettato e boicottato dalla stessa casa discografica (che costringerà l’uomo a ri-registrare più di metà del materiale, nella vana speranza di ottenere qualcosa di anche solo lontanamente salvabile), la carica di profonda e inestirpabile insensatezza dell’insieme amplificata a dismisura dalla presenza in scaletta di un’incomprensibile cover di Hand of doom dei Black Sabbath (che con l’originale, manco a dirlo, non ha assolutamente nulla a che spartire a qualsiasi livello), blackacidevil è la disfatta su tutti i fronti: non vende un cazzo (meno di centomila copie in sei anni a fronte dei milioni di unità in pochi mesi delle precedenti uscite), viene massacrato dalla critica e tristemente ignorato dal pubblico, che abdica in massa il tour successivo (effettuato con una lineup messa insieme alla bell’e meglio, che – se la memoria non falla – comprende tra gli altri Tommy Victor dei Prong alla chitarra). Forte dei successi passati riesce a strappare a Sharon Osbourne un posto di tutto rispetto nella prima edizione dell’Ozzfest, la migliore (è il terzultimo a esibirsi, prima degli Slayer e Ozzy!), ma il suo show è poco meno che patetico. Da allora in poi, l’oblio (o quasi): contratti per etichette sempre più oscure (E-magine per 6:66 Satan’s Child, che almeno potè godere di distribuzione Nuclear Blast per l’Europa, addirittura Regain per un paio di sciattissimi DVD, fino al varo della propria label personale Evilive), copertura stampa inesistente, disinteresse ormai inscalfibile da parte di chiunque, ma soprattutto – ed è l’unica cosa che conta in fondo – dischi sempre più scalcagnati, grotteschi, tristi. Spine nei fianchi (ormai ridotti allo stremo) di chi non lo ha mai dimenticato. Il recentissimo Deth Red Sabaoth spezza un silenzio discografico durato sei anni (se si eccettua l’operatico Black Aria II emesso nel 2006 a nome Glenn Danzig); è un buon disco. Non è il primo omonimo o Lucifuge (tocca rassegnarsi, dischi così è già una fortuna se escono una volta), ma non assomiglia nemmeno alla merda degli ultimi, uh, quindici anni. C’è l’artwork fumettistico di Joe Chiodo, c’è una produzione fangosa da palude di New Orleans, c’è la voce da reincarnazione indemoniata di Elvis Presley che torna finalmente a graffiare. Soprattutto ci sono, di nuovo, i pezzi: dalla cavalcata di Rebel Spirits al madrigale On a Wicked Night, dalla morrisoniana Juju Bone all’epica suite in due parti Pyre of Souls – la prima ideale soundtrack per un horror di serie Z con zombi scarnificati e tettone urlanti, la seconda un numero dark di inusitata ferocia che cresce con un lirismo da far scappare via piangendo i Manowar di Into Glory Ride. Ma perchè fidarvi delle mie parole quando potete ascoltarlo con le vostre orecchie dalla pagina di AOL Music? Lo gnomo palestrato che odia Cristo è tornato, ed è tornato in forma abbastanza da reggere con scioltezza paragoni impegnativi e guardare finalmente senza rimpianti a un passato che, a molti, la vita l’ha cambiata davvero. Questa notte il mio stereo tornerà ad ospitare i primi quattro dischi di Danzig, uno dopo l’altro, senza soluzione di continuità. Un atto dovuto.

cose a caso: il metal estremo

 

Inaspettato e imprevedibile come un calcio negli stinchi da un nano, ecco spuntare a tradimento su RepubblicaTv uno speciale sul metal estremo, dove gente a caso discetta per una mezzora principalmente sul black metal cattivo, malvagio e stupramadonne che si fa in Norvegia (ma ci sono anche i Cannibal Corpse, i Carcass e un bell’intervento di un sempre lucido e sul pezzo Lucarelli). Chiunque volesse sentirsi ripetere per l’ennesima volta che Burzum era un nazo e Gaahl è froscio o rivedersi qualche faccia pittata a random ora è servito.

N.B: non riesco a embeddare il video, ecco qui il Link diretto. Segue una foto di Burzum vecchio. 

Tanto se ribeccamo: LITFIBA

Ai tempi di Pirata, e per gran parte dei primi anni novanta, Piero Pelù era Satana. Qualcosa come il frontman più animalesco, sulfureo, magnetico e inquietante a cui l’Italia avesse mai dato i natali. Un angelo caduto rivomitato dall’Inferno, ma per davvero. I suoi arditi contorcimenti gutturali evocavano baccanali orgiastici e visioni demoniache, le sue movenze serpentine veicolavano un sentire perversamente erotico che portava dentro di sè la certezza della dannazione eterna. Lunga e folta chioma corvina, occhi sbarrati da sciamano pazzo, bocca gigantesca à-la Steven Tyler perennemente spalancata e mugghiante, incorniciata dal paio di basette più improponibile che la storia della musica ricordi, torso pelosissimo e quasi sempre nudo esibito con strafottente fierezza, questo il suo identikit dell’epoca; era grazie a lui se i Litfiba allora erano quanto di più temibile il mainstream italiano avesse mai accolto, quanto di più vicino all’incarnazione dell’Inferno in terra, di incubi lovecraftiani irriferibili. LA trasgressione come corredo cromosomico ineludibile, l’unico modo di vivere conosciuto, l’unico modo di vivere possibile, comunque sempre altrove, sempre alieno, e non lo prendi. E non importa che l’altra metà compositiva della band assomigliasse più che altro a un placido e untuoso salumiere, di quelli col baffetto sbarazzino, il grembiule lordo e la fetta di salame da offrire alle massaie sempre pronta, e che il resto del gruppo fosse costituito da grigi e intercambiabili gregari: i Litfiba restavano lontani mille miglia dal fetido becerume dei loro stessi fans che a legioni adoranti riempivano gli stadi, la loro era negazione vera, il superomismo nietzschiano spinto alle estreme conseguenze.
A testimoniare il fatto che i Litfiba fossero un affare visivo forse prima ancora che musicale resta la lunga serie di videoclip realizzati a traino di singoli e album, una produzione talmente abbondante da necessitare di due VHS per essere raccolta nella sua interezza; costosissimi e ben oltre gli standard qualitativi dell’epoca, spesso e volentieri girati negli States, hanno formato l’immaginario collettivo di quegli anni alla pari di icone di comprovata pericolosità come Freddy Krueger, le locandine degli Iron Maiden disegnate da Derek Riggs o i deliri burroughsiani di Pushead. Punto di arrivo di entrambi i discorsi portati avanti, visivo e musicale, è la reinterpretazione di Bambino inclusa in Sogno Ribelle, raccolta dei classici pre-El Diablo rifatti con lo stile nuovo, dove quel placido sottofondo per spinellare che chiudeva Litfiba 3 diventa di prepotenza e incontestabilmente il pezzo italiano più terrificante di sempre; la vocalità di Pelù è ai massimi storici di istrionismo e carica evocativa, e il video è il perfetto incrocio tra “La storia infinita”, Derek Jarman, Kenneth Anger e l’incubo più agghiacciante che la mente umana possa tollerare. L’apice indiscusso della visione dei Litfiba. Da lì in poi, il baratro.
Arriveranno dunque le “prese di coscienza”, la “critica sociale” (pezzi come Dimmi il nome, Maudit, Lo spettacolo, animati da biliosa verve predicatoria che nemmeno l’ultimo Ligabue), l’odioso generalismo new age di Spirito, fino a quando Litfiba cesserà semplicemente di avere un senso anche solo come concetto, ovvero da Mondi Sommersi in poi, con Pelù ammansito dai soldoni e Renzulli in pilota automatico puro che impassibile srotola agghiaccianti figure da karaoke del villaggio vacanze. Unica alzata di testa il refrain di Il mio corpo che cambia, che per un attimo riporta la mente ai magici, sfrenati eccessi dionisiaci dell’era aurea: “È il mio corpo che cambia, nella forma e nel colore, in un bagno di sudore… è una strana sensazione“. Ma è un fulmine isolato: l’album in cui è compreso, Infinito, è probabilmente il loro peggiore di sempre.
Poi lo split, da cui entrambe le parti in causa usciranno con le ossa fracassate, finiranno malissimo e nessuno ci guadagnerà: Pelù traghettato dal bel singolo Io ci sarò verso una carriera di devastante buonismo yes-global (Il mio nome è mai più la temibilissima avvisaglia un anno prima), tamarrate etniche, esotismi da cartolina (L’amore immaginato) e strette di mano ai bimbi negri affamati (tutto il volemose bbene mediatico post-Tribù); Renzulli a tirare pateticamente la carriola al fienile con dischetti che sono poco meno che imbarazzanti sottobicchieri, con un clone subnormale di Pelù ai controlli. Gli ultimi anni sono i peggiori, i più spietati: indifferenza pura, concerti disertati in bettole da offesa alla dignità umana, da una parte Pelù che inesorabilmente sprofonda, collabora con gli zingari e lentamente inizia a perdere i capelli, dall’altra Renzulli da solo al comando che, in un lampo di follia hughesiana, mette in cantiere una nuova incarnazione dei Litfiba con un povero stronzo toscano alla voce e, con la sconsiderata incoscienza di chi ha perso tutto (anche il senso della realtà) ma non vuole rassegnarsi che è finita, getta in pasto al popolo della rete un video e un EP digitale assolutamente sconcertanti, che il più infimo e grottesco dei gruppi al primo demo si vergognerebbe. È un’ammissione di disfatta totale, di resa incondizionata talmente pura e schietta da muovere a compassione. A quel punto, due sole le possibilità: perseverare donchisciottescamente nel fallimento, o passare alla cassa con l’obbligatoria reunion accontentaidioti. Scontata la scelta della seconda. L’11 dicembre 2009 viene annunciata la reunion dei Litfiba, col ritorno di Piero Pelù alla voce e l’avvio di un tour italiano nel 2010. Grandissima la gioia dei fans, per anni in attesa della reunion del gruppo.”La voglia di salire su palco insieme e fare di concerti è inarrestabile!” (citiamo letteralmente dalla wikipedia). Effetto karaoke garantito, simulazione di orgasmo.