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“Ci sono un cinese e Jimmy Bobo in un bar…”

il fumetto di partenza è più poliziesco sporco, niente di trascendentale e comunque non c'è stallone
il fumetto di partenza è più poliziesco sporco, niente di trascendentale e comunque non c’è stallone

Walter Hill mi fornisce la scusa per fare il punto sui registi di genere* della nostra infanzia che oggi faticano a conquistare le nuove generazioni e la colpa naturalmente è degli anni ’90, di ogni cosa possiamo dare la colpa agli anni ’90. Non ci saranno di seguito grandissime tesi sull’argomento, solo qualche esempio: allora, Wes Craven è morto non so quanti anni fa, credo un incidente ed era in macchina con Tobe Hooper; Sam Raimi torna dalla vacanza spider-man (quello lo classifico come periodo di inattività) e si mette a dirigere un horror che gli viene maluccio per chiunque abbia gli occhi e quindi gli viene bene per una buona fetta di critica che ci vede, nell’ordine: 1) sano horror ottantiano 2) analisi sociale 3) la crisi immobiliare da pisciare in testa a michael moore 4) effetti speciali al computer parodistici e quindi accettabili in quanto parodistici non so se ho già detto “parodistici” 5) cameo di Bruce Campbell che infatti non c’è; Joe Dante già gli sopravvalutavano la pur divertente cazzatina con bugs bunny, ma The Hole alla fine è un film fuori dal tempo, detto non come complimento; John Carpenter, che è Dio per chi scrive, poteva incastrare The Ward nei masters of horror che era la sua dimensione e nessuno gli diceva niente visto che avrebbe fatto 3 su 3; Bill Friedkin forse è il più eclettico e colto del lotto e quando uno ti tira fuori Bug e Killer Joe che gli vuoi dire?; Richard Donner ha girato Solo due ore, quindi è a posto per i prossimi 15 anni; non parlo di John McTiernan. Se vi steste chiedendo il perchè ho evidenziato il nome di John Carpenter, evidentemente non conoscete il postulato che recita che “in una lista di registi in cui viene citato John Carpenter, il suo nome sarà l’unico grassettato.”

Per Walter Hill gli anni ’00 sono un Broken Trail lontano e facciamo che non vale perchè è un film fiume per la tv. Bellissimo tra l’altro. Un Undisputed lontanissimo. Ci sono anche un disgraziato Supernova e altra tv, tipo il pilot di Deadwood, ma la serie Deadwood è fuori scala, un altro pianeta e non parliamone più. Quindi Jimmy Bobo – Bullet to the Head sarebbe di fatto il banco di prova per vedere se le nuove generazioni si meritano Walter Hill, ma va a finire che è, in scrittura, un film di Stallone. La storia è che Stallone incontra un poliziotto coreano, che ti ricordi che c’è quando leggi il secondo nome sui titoli di coda, e insieme, ma in realtà solo Stallone, vanno a sgominare il negro cattivo. Sulla loro strada Khal Drogo e Christian Slater con i capelli trapiantati. Ah sì, quando Christian Slater avrà il coraggio della sua calvizie diventerà il più grande attore di tutti i tempi. Sarah Shahi fa la figlia di stallone e ancora una volta è lì lì per mostrarci bene le tette, ma poi è di nuovo rapidissima a coprire tutto che neanche collo stop frame. Tutto qui. Non ci troverete finezze e caratteri forti come in altri buddy movie di venti e passa anni fa, Joel Silver non è più così duro e puro e i tempi sono sufficientemente diversi per smontare anche il culto del film violento come piacere proibito. Ideologicamente Jimmy Bobo sta al buddy movie come I mercenari sta all’action/warmovie di serie B, lo si capisce da come vengono forzate certe battute, da come la trama è orgogliosamente terra-terra (un cattivone dichiara con trasporto che il suo piano cattivone è abbattere i quartieri popolari per costruirci un centro commerciale e case di lusso, capirai), dal giochino delle citazioni. E ammetto che non sono un fan del postmodernismo fast food, mi fa rimettere in moto l’incredulità.

Detta così sembra che il film si meriti la colonna dei Grandi Ritorni Cattivih (GRINCH), ma sarebbe ingiusto. Walter Hill ci mette una prima mezzora potentissima che è proprio roba sua e un’oretta restante sbiadita ma con un buon ritmo per cui rimani attaccato lì, Steve Mazzarro schitarra blues arrogante senza pietà in una simil new orleans bastarda, Stallone contribuisce ad edulcorare il tutto affinchè non salti fuori una cosa seriosa alla History of Violence. La conta dei morti viaggia oltre la ventina, le battute razziste sulla dozzina, “cazzo” e “vaffanculo” si ritagliano un grande spazio, ma anche “stronzo” si fa rispettare. Due esplosioni. Non c’è un vero spirito dolente, non ci sono sottotesti, restiamo sul semplice. Infatti quando Khal Drogo non si accontenta del classico fist fight finale e tira fuori due asce, a stallone un po’ gli girano: “cazzo, giochiamo ai vichinghi?”. Risate in sala. Mission accomplished.

*non stiamo a sindacare sul “di genere”, sul cinema di serie A e B, sull’“esiste A e B?”, etc. facciamo che ci siamo capiti.