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Il classico pezzo sugli Yo La Tengo

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Sono sempre stato un fan totale degli Yo La Tengo, o insomma non proprio totale ma abbastanza interessato al gruppo da non essere troppo schizzinoso quando c’è da comprare  i dischi. Il primo album degli Yo La Tengo che ho sentito in senso assoluto è And Then Nothing ecc ecc, gentilmente registratomi da un amico all’uscita. Li conoscevo di nome, poi li ho ascoltati. Gli Yo La Tengo sono un gruppo perfetto, sono una versione indierock autogestita dei Beach Boys in costante evoluzione; un power trio, per giunta. Avrei potuto sforzarmi di conoscerli un po’ prima ma non è successo, ma quando è il momento non ci si tira indietro. Da allora ho comprato credo tutti i dischi usciti degli Yo La Tengo poco dopo l’uscita, e per non farmi sgamare ne ho preso qualcuno uscito prima. Il mio disco preferito è quello preferito da tutti, And Then Nothing ecc ecc. I dischi degli Yo La Tengo li compri con lo stesso atteggiamento con cui compri i classiconi del rock anni settanta o il kraut rock o l’heavy metal. Sai che sono bei dischi e te li butti in casa per quando ti verrà voglia di ascoltarli, cosa che succede abbastanza di rado (magari voi vi sentite i Soft Machine su base settimanale da 15 anni e vi stimate pure, ma dovreste alternare con qualche doccia e un giro dal parrucchiere ogni tre mesi). Stanno lì e fanno una bella figura e non ti penti mai di averli comprati, e dieci anni dopo hai la lettera Y invasa di dischi.

Quando metti su Fade sembra più o meno tutta la musica di cui hai bisogno: pop coltissimo ben fatto e ben ragionato e senza una nota fuori posto, è bello anche che qualcuno i dischi li faccia con criterio. La musica tira da ogni parte possibile: ci sono gli archi, ci sono accenti Velvet Underground più pesanti del solito, ci sono le canzoni, fa stare bene, gli arrangiamenti sono ricchi ma non cafoni, non c’è una nota fuori posto. Verso la traccia quattro inizi ad averne abbastanza. Verso la traccia cinque togli il disco e inizi a chiederti quando è stata l’ultima volta che hai ascoltato un disco degli Yo La Tengo dall’inizio alla fine.

Non è che sto qui a parlar male degli Yo La Tengo perché sono un gruppo troppo perfetto o qualcosa di simile, non mi piacciono più così tanto gli aspetti narrativi del rock (a parte quelli che implicano omicidi, astinenza sessuale, carcere generico e ideologia nazista). Gli Yo La Tengo sono un gruppo pop di estrazione indipendente che si è guadagnato la sua fanbase in decenni di dischi mai sbagliati, ma c’è un motivo per cui dischi come Fade li si abbandona verso metà e ci si ritorna di malavoglia dopo un mese. Fade è un disco pallosissimo la cui perfezione formale ci impone di fare uno sforzo in più per rimanere svegli fino alla fine (parlo di noi ma intendo io, non è che dovete essere d’accordo per forza). A volte la fatica che hai fatto può essere scambiata per una sorta di tensione intellettuale e ti fa considerare gli Yo La Tengo come un gruppo con una sovrastruttura complessa e stratificata; a volte semplicemente ti stracci le palle prima di arrivare alla fine e metti su un disco di qualche gruppo crustcore con la metà dei tuoi anni e un suono merdoso, giusto per verificare se sei in grado di provare ancora un’emozione qualsiasi ascoltando musica. Gli unici momenti in cui funzionano davvero, a conti fatti, sono momenti casuali in cui prima non stavi ascoltando con attenzione (magari  facevi altro) e poi ti ritrovi a goderti per mezzo minuto un numerino di chitarra di Ira Kaplan. Che poi è il motivo per cui ti innamori degli Yo La Tengo, quella sensazione tipo “ehi senti quanto sono fighi in questo punto, com’è che ci siamo arrivati?”. Se i dischi durassero 30 secondi ciascuno più altri trenta di fade in, probabilmente gli YLT sarebbero il miglior gruppo del mondo. Tutto il resto, soprattutto all’ascolto di Fade, sembra più il perfetto connubio tra grande cultura pop e capacità di utilizzare gli strumenti e lo studio di registrazione, roba che dà vita ad un numero impressionante di soluzioni musicali intelligentissime messe dentro a bella posta per far bagnare nelle mutande i Giornalisti Rock Competenti™, vale a dire -a conti fatti- il nocciolo più duro e immarcescibile della loro fanbase e/o i principali responsabili sia del successo indipendente del gruppo che della sua aura di perenne istituzione che ha raccolto molto meno di quanto ha seminato. Da questo punto di vista, più che una delle più rocciose istituzioni indierock della storia dell’umanità iniziano a suonare come gli ennesimi Arcade Fire mancati o dei REM dei poveri senza la capacità di scoperchiare la radio, con l’aggravante di una storia lunga vent’anni. Rimane il rispetto assoluto per il gruppo e per la competenza dei singoli membri, ma i dischi costano comunque un sacco di soldi.