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Due dischi belli

zu

Non credo si sia mai parlato dentro Bastonate di quella roba che viene chiamata Italian Okkult Psychedelia, per motivi che vanno dal non averne avuto occasione al boh. E in parte questa cosa di suonare oscuri ma non così brutalmente pesanti mi rende un pochetto antipatico il genere, nella misura in cui –diciamo- da un certo punto di vista non è poi così difficile imparentarlo con quella specie di post-dark-wave rimasticato con chitarre effettate che invece detesto; alla fine parlare di Italian Okkult Psychedelia per certi versi ha più un senso di certificazione del tipo che se fai dark-post-wave-punk e magari hai pure il batterista in piedi è probabile che tu stia copiando merda secca di metà anni ottanta e facendo cacare, e se invece fai IOP è probabile tu stia facendo un discorso interessante o suonando bene o cose così. potrebbe starci, voglio dire, i Cannibal Movie sono un buon gruppo, giusto? Father Murphy, Heroin in Tahiti, Squadra Omega, In Zaire, etc. Tutti grupponi.

Ecco, non c’entra niente ma se dovessi scegliere se etichettare questi Hartal! in base ai risultati e decidere se sono dark-post-wave-punk o Italian Okkult Psychedelia, direi senz’altro la seconda, per via di quanto è bello il disco. Pare che gli Hartal! siano gli ex-Afraid!, il che vuol dire che amano molto usare nomi col punto esclamativo e che sono stati, a un certo punto nel passato, un buonissimo gruppo punk. E che in qualche modo la loro parabola segue quella dei loro padri putativi (With Love et similia), ma con una sterzata più roots sul finale. Il disco è stato registrato in presa diretta, una modalità sempre troppo trascurata. Davvero, è un discone. Non sono bravo a descrivere i dischi belli, fortunatamente posso mettere lo streaming qui sotto.
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“Una crisi sistemica come quella che stiamo vivendo non verrà risolta dallo stesso tipo di pensiero che l’ha causata.”

Già che siamo a parlare di dischi belli, su Rockit è stato messo in streaming il disco nuovo degli Zu. C’è anche una descrizione per filo e per segno delle tracce fatta da Massimo Pupillo, e come sempre in questi casi la roba che ci senti riflette sì e no il dieci per cento di quello che c’è stato messo dentro. Poi è anche difficile chiedersi quanta differenza ci possa essere tra un disco spirituale degli Zu e un disco devasto/morte degli Zu, sapendo che in realtà nessuno dei loro dischi è davvero devasto/morte e tutti quanti sono spirituali. Bilanci possibili: difficile a dirsi. Le parti di batteria sono (ovvio) roba sopraffina ma decisamente più dritte che in passato, con questo sentore che ricorda vagamente San Diego e Flying Luttenbachers, il che da una parte parla già di quanto Serbian non sia entrato negli Zu a fare il turnista, e dall’altra rende curiosi su come si adatterà il gruppo al suo repertorio ora che inizia a suonare in giro. Per ora nient’altro.

the INDIENOVELA issue

La formazione del Teatro degli Orrori aveva dato i primi segni di scossoni all’indomani dell’uscita del secondo disco, con Favero che aveva smesso di suonarci dal vivo –per un certo periodo s’è parlato di un ingresso in pianta stabile come chitarrista degli Zu, di cui era già fonico fisso dal vivo (e con i quali aveva registrato Carboniferous), ma non se n’è fatto niente. Nel Teatro degli Orrori era entrato Bologna Violenta, e sembrava un po’ tutto come se fosse diventata la backing band di un Pierpaolo Capovilla sempre più lanciato verso l’informale status di Jean-Paul Sartre dell’indie italiano.

*a proposito di backing band, nella performance in playback di Pezzali a Quelli che il Calcio compare come bassista Matteo Lavagna, il bassista dei Disco Drive che aveva rimpiazzato Pomini*

*un’altra cosa piuttosto figa, parlando di Sanremo e cose simili, è che sul palco dell’Ariston con Anna Oxa c’è finito il chitarrista/cantante degli Aidoru*

Nel frattempo pare che il Teatro sia tipo esploso: si parla di una serie di sommovimenti che porteranno Capovilla a licenziare quasi tutto il gruppo, con uno strascico di polemiche piuttosto intenso e dichiarazioni del tipo “non sono mai stati un gruppo” da parte di alcuni degli epurati. Niente di concreto finchè non è uscito un post nella bacheca Facebook dell’uomo. Il quale, nel frattempo, sta portando in giro un reading (Majakowski, probabile sottotitolo territorio confinante tra nirvana e sclero), con musiche a cura di Giulio Favero, che  in tutto questo tempo pare non avere perso i contatti con la band: si rifà vivo come bassista di One Dimensional Man nel tour performing You Kill Me, e qualche giorno fa arriva anche la notizia di un disco nuovo all’orizzonte. Tornando al messaggio, pare esserci stata una sorta di epurazione che lascerà il Teatro degli Orrori (volutamente) in mutande con una formazione a tre per la realizzazione del nuovo disco: Capovilla, Favero e Mirai. In altre parole è stato cacciato via anche il batterista matto con gli occhi fuori dalla testa, probabilmente l’elemento più valido e caratteristico del gruppo e/o il secondo più grande batterista italiano in attività.

Paradossale in tutto questo il fatto che –file under LOLLONI- il primo più grande batterista italiano, vale a dire Jacopo Battaglia, abbia mollato Zu e si sia unito come turnista nientemeno che ai Bloody Beetroots, i quali hanno collaborato con il Teatro nel brano più brutto e noioso dell’ultimo disco (già abbastanza brutto e noioso di suo: nei primi ascolti ci si poteva tirar fuori del buono, poi è rimasto lì); questo dopo aver tentato la strada della dance adulta con Mooro –progetto che dà l’idea di essere in animazione sospesa senza manco aver prodotto un disco, davvero un peccato. Nel frattempo non è più chiarissimo se Zu continueranno a suonare come e quanto e quando e soprattutto con chi, dopo il tour d’addio a Jacopo. Il tutto, letto e sentito in un paio di settimane al massimo, dà l’idea di stare in un giro di amici di paese in cui l’evoluzione dei rapporti sociali è deputata alla volontà di scoparsi le ex fidanzate e gli ex fidanzati degli altri amici, come in una specie di ruota delle reincarnazioni. Come in queste situazioni il grado di romance è sempre più basso e meno credibile ad ogni nuovo incrocio, nella segreta speranza che si trasferisca qualche ragazzina da fuori a seminare un po’ di ormonella e mettere il pepe al culo alla gente (nel caso specifico probabilmente gli Aucan). L’unica cosa che sembra chiara, al momento, è che per sperare di ricavare altro indie-rock peso di rilievo dall’Italia sembra sia DAVVERO ora di concentrarsi su altre cose/persone/gruppi. Il che, nei giorni dell’uscita di un album di Anna Karina che testimonia un gravissimo caso di sindrome di Emidio Clementi, fa cagare addosso dalla paura.

(dimenticavo: l’immagine ovviamente l’ho rubata a Scarful)

zuismi

La prima volta che vidi gli Zu dal vivo non la ricordo nemmeno più. Sicuramente era già uscito Igneo, bellissimo disco su Wallace registrato da Steve Albini. Sicuramente il concerto fu abbastanza bello da rendere inevitabile tornare a vederli quando ricapitarono in zona. Dal terzo concerto in poi suppongo fosse diventata una routine, per me: da solo o in compagnia, andare a vedere gli Zu suonare ogni volta che capitavano nel raggio di cento chilometri. Per gli Zu la musica è sempre stato un affare estremamente serio: provare quotidianamente, registrare a getto continuo, un tour dietro l’altro, una collaborazione via l’altra. I locali che li ospitano tendono a riospitarli, le persone che li vedono tendono a rivederli. Nel mio caso era diventata pure una cosa per cui venivo sfottuto. Ho iniziato a dovermeli andare a vedere da solo. La top 3 dei concerti degli Zu che ho visto:

Al terzo posto un concerto all’Area Sismica dalle parti del 2003/2004. La band era carichissima e Jacopo continuava a fare battute -anche durante i pezzi, continuando a suonare e quant’altro. Il repertorio era ancora quello di Bromio ed Igneo, lo sarebbe stato ancora per un po’. Fu l’apice degli Zu per come ho imparato ad amarli: dei cafoni di Ostia che suonano precisi e violentissimi.

Al secondo posto l’unico Zufest che sono riuscito a vedere, al TPO di Bologna. Suonavano con Mats Gustafsson e da soli, Lightning Bolt subito dopo. Si erano costruiti un piccolo palco al centro dell’immensa sala del locale, sollevato di una trentina di centimetri da terra. La gente stava seduta tutta intorno. La gente era tantissima e i gruppi erano presi da dio. Fu una serata epocale.

Al primo posto c’è una data all’Hana-Bi di un paio d’anni fa, una delle ultime volte che mi capitò di vederli. Per i canoni di un gruppo indie-rock gli Zu erano arrivati: disco di successo su Ipecac, sempre più gente ai concerti, tour con Mike Patton in formazione. La musica era diventata molto più aggro, il gruppo aveva smesso di cazzeggiare dal vivo. Il nucleo dello show era composto di pezzi che la band suonava ogni sera da almeno tre anni –Ostia, Chtonian etc- ma per il pubblico di chi ascoltava da casa si trattava di dischi usciti da nemmeno sei mesi. Quella sera gli Zu fecero il loro miglior concerto tra quelli che ho visto. Il pubblico era composto perlopiù da indierockers casuali, ma non credo qualcuno se ne sia andato via insoddisfatto. Faceva parte del piatto anche un pezzo tirato giù di peso da Amplifier Worship (quando i Boris erano un grande gruppo). Quella sera la musica degli Zu era quella di una generazione di ascoltatori che s’erano rotti il cazzo di sorbirsi puttanate finto-avant ad ogni costo senza soluzione di continuità. Fu un concerto pesantissimo e concentratissimo. I tre membri della band non si guardavano in faccia.

Dopo quel concerto iniziò una specie di lungo addio agli Zu. Un solo altro concerto l’anno successivo (stessa scaletta), poi il gruppo ha iniziato a girare un po’ meno e ha moltiplicato i progetti laterali. Oggi arriva la notizia che Jacopo Battaglia, il batterista lascerà il gruppo dopo un tour d’addio a marzo. La band continuerà comunque a suonare.

è triste quando succede a quelli che ami, voglio dire. Il mio disco preferito degli Zu è Radiale. Seguono Igneo, The Way Of The Animal Powers, i dischi con Gustafsson e Takemura e Carboniferous.

piccoli fans: MOORO

Qualcuno dice che la fidget house é uno stile di house music che incorpora altri stili dance, principalmente impastati da influenze rave, breakbeat e UK garage. Altri orecchiano di preponderanti influenze tech-house, assieme a bizzari sample e ad un incessante ritmo funky. La struttura di questo nuovo genere sarebbe costituita da sequenze 4/4 , piuttosto frammentate e di stile glitch se contrapposto ad altri generi dance ma la maniera per la quale differisce da questi è l’andamento zompettante della cassa, quasi sempre associata al basso nella battuta, così incoraggiando sequenze tagliate, preferendo inoltre uno stile di mixaggio maggiormente nervoso e frammentato.
L’ho presa da qui. Io ho questo problema che pur avendo la tipica scimmia elettronica d’accatto dell’indierocker anni novanta (che significa sostanzialmente che nella mia vita ho comprato dischi Warp, DFA, hip hop a caso, Daft Punk etc, Gigolo e svariati altri dischi rappresentativi di tutta l’immondizia che andava di volta in volta nel corso degli anni) non riesco a distinguere i generi (tantomeno i sottogeneri). Quindi se leggo qualcosa su un sito internet lo prendo per buono. Se dite fidget io penso a robe tipo Crookers e Bloody Beetroots (ho scoperto recentemente che non li odio poi così tanto, tra le altre cose). La storia del giorno, cioè di un paio di giorni fa, è che Jacopo Battaglia e Giulio Favero (dei quali sapete tutto), assieme all’Aucan Giovanni Ferliga, sono usciti con un progetto fidget, o quel che è: musica da cassa crassa suonata da gente che sa suonare, che per l’occasione si è ribattezzata (rispettivamente) Jake Mathman, George Gabber e John Fear Liga. Il nome del gruppo invece è Mooro, o m66r6 che dir si voglia -non faccio differenze ex-ante. Roba a volte palesemente suonata (un poco alla Shy Child), a volte più sfumatamente elettronica. Ascoltando i pezzi che la band ha piazzato su myspace provo questo senso di goduria colpevole come se stessi scaccolandomi una narice da venti minuti avendo cura di non spezzettare il caccolo manco per sbaglio, lavorandolo progressivamente ai bordi con pazienza e certosino impegno, fino ad ottenere il naturale distacco di un mostruoso anello verde macchiato di sangue rappreso delle dimensioni della testa di Steve Aoki. Suppongo che per un gruppo che si pronuncia MURO sia più che altro una questione d’imprinting. Suppongo anche che un Giulio Favero, uno che lavora alle sue condizioni o manda tutto in culo, dia a tutto il progetto quel nonsochè di paradigmatico. Rimango ad aspettare le novità e vedo se ®iesco a trovare su facebook quel mio amico delle medie che avevano ingabbiato per spaccio di paste.
PS: non so bene perchè, ma parlare di beat dopo aver visto Zekkini attaccato alla transenna (e tranquillissimo) ieri sera al concerto dei !!! mi sembra solo giusto.

Was that your celebrated summer? MIODI – seconda edizione

Il 9 giugno a Milano c’è il secondo appuntamento con il MiOdi, cioè lo spin-off peso del MiAmi. Per l’occasione i ragazzi di SoloMacello, sempiterni amici e sodali di noialtri, decidono di fare le cose in grande e si aprono a gruppi esteri. Non voglio fare il noioso, quindi copio-incollo la scaletta dal comunicato stampa.

Main Stage: Ufomammut e Amen Ra
Messicano: Fine Before You Came, 16, Jacopo Zu + Giulio “Ragno” Favero, Lento, Viscera/// e Gandhi’s Gunn
OutFrog Stage: 3/4 Had Been Eliminated, Psychofagist con Luca Zu, Ovo+Nadja performing The Life & Death Of A Wasp, Putiferio, Vulturum, Tsubo, Orange Man Theory
InFrog Stage: Fuzz Orchestra, Dyskinesia, Mongolian Barbecue (con Massimo Zu), Be Maledetto Now!, gRÄFENBERg
Da qualche parte, a un certo punto: Zeus!

In altre parole, zitto zitto, il miglior festival italiano dei nostri tempi. Se non avete visto i 16 in una delle date italiane di qualche mese fa (io sì, gnè gnè gnè), semplicemente non avete scuse. Se li avete visti vorrete tornare a vederli. Se non ve ne frega un cazzo dei 16 proprio non so, resta il fatto che ci sono tutti gli altri.

Info e tutto il resto stanno qui.